Abbiamo visto nella prima lezione che investire serve principalmente a combattere l’inflazione e, se va bene, a far crescere il patrimonio. Ora però scendiamo nei dettagli tecnici.

Niente paura, non vi sommergerò di formule matematiche incomprensibili. Ma dobbiamo capire alcuni concetti base, altrimenti è come guidare senza sapere cosa fa il freno.

Oggi parliamo di: orizzonte temporale, interesse composto (quella roba magica che dovrebbe renderci ricchi secondo i guru di Instagram), PAC vs PIC, e gestione attiva vs passiva.

Partiamo.

Orizzonte temporale: quanto tempo puoi stare senza quei soldi?

La prima domanda che devi farti è: per quanto tempo posso permettermi di non toccare questi soldi?

Non è una domanda filosofica. È pratica.

Se ti servono tra sei mesi per comprare l’auto, non puoi metterli in azioni che potrebbero crollare del 30% nel frattempo. Se invece li stai mettendo da parte per la pensione tra 30 anni, puoi permetterti di rischiare di più.

Le definizioni classiche sono:

  • Breve periodo: meno di 1-2 anni
  • Medio periodo: 3-4 anni
  • Lungo periodo: 5-10 anni o più

Ma sono indicative, non sono scritte sulla pietra.

Perché l’orizzonte temporale è così importante? Per un motivo semplice: più tempo hai, più puoi permetterti di aspettare che le cose si sistemino.

Le azioni, ad esempio, nel breve periodo oscillano come pazze. Possono salire del 20% o scendere del 30% in pochi mesi. Se hai bisogno di quei soldi subito e il mercato è in rosso, sei fottuto.

Ma se hai 10 anni davanti, puoi aspettare che il mercato si riprenda. Storicamente, gli indici azionari nel lungo periodo tendono a salire. Certo, non è garantito, ma le probabilità sono dalla tua parte.

Guarda questo dato: più rimani investito, minore è la probabilità di perdere denaro. Dopo 10-15 anni investiti in un indice azionario globale, la probabilità di perdita si avvicina quasi allo zero.

Market timing: l’arte di perdere soldi cercando di prevedere il mercato

Qualcuno potrebbe dire: “Ok, ma io aspetto che il mercato scenda, compro al minimo, e poi vendo al massimo. Facile.”

No. Non è facile. È quasi impossibile.

Questo si chiama market timing: cercare di prevedere quando il mercato sale o scende per entrare e uscire al momento giusto.

Il problema? Nessuno sa quando è il minimo e quando è il massimo. Nemmeno i professionisti.

Ti faccio vedere un dato che mi ha sempre colpito.

Se avessi investito nell’S&P 500 e fossi rimasto fermo per anni, avresti ottenuto un certo rendimento. Ma se avessi perso anche solo i 10 migliori giorni del mercato (perché eri fuori, aspettando il momento giusto), il tuo rendimento sarebbe crollato.

Se perdi i 20 migliori giorni? Ancora peggio. E così via.

Il punto è che i giorni migliori spesso arrivano subito dopo i giorni peggiori. Se esci dal mercato per paura, rischi di perdere proprio il rimbalzo.

Quindi no, il market timing non funziona. O meglio, funziona per pochissime persone, e tu probabilmente non sei una di quelle.

Interesse composto: la magia che funziona davvero (ma lentamente)

Ora arriviamo alla parte che tutti amano: l’interesse composto.

Warren Buffett, uno con 117 miliardi di dollari in tasca, ha detto che la sua ricchezza deriva da una combinazione di vivere in America, un po’ di fortuna genetica, e l’interesse composto.

Einstein lo ha chiamato “l’ottava meraviglia del mondo”.

Ok, ma cosa cazzo è?

Te lo spiego semplice.

Hai 10.000 euro. Li investi con un rendimento del 10% annuo (numero facile per l’esempio, nella realtà è più complicato).

Anno 1: Guadagni 1.000 euro di interessi. Totale: 11.000 euro.

Anno 2: Se reinvesti quegli interessi, il 10% non è più su 10.000 euro, ma su 11.000 euro. Guadagni 1.100 euro. Totale: 12.100 euro.

Anno 3: Il 10% di 12.100 euro è 1.210 euro. Totale: 13.310 euro.

E così via.

Stai guadagnando interessi sugli interessi. Questo è l’interesse composto.

All’inizio sembra una roba da poco. La differenza tra 1.000 e 1.100 euro non cambia la vita. Ma dopo 10, 20, 30 anni, la differenza diventa enorme.

Guarda questo grafico mentale: con interesse semplice (senza reinvestire), il capitale cresce in modo lineare. Con interesse composto, cresce in modo esponenziale.

Le cose che i guru non ti dicono

Ma ora arriva la parte che nessuno ti racconta.

Primo: L’interesse composto funziona anche al contrario. Se perdi il 10% e poi ancora il 10%, non perdi il 10% sul capitale iniziale due volte. Perdi il 10% su un capitale che è già diminuito. Le perdite si amplificano.

Secondo: Se parti con capitali bassi, ci vogliono anni per vedere risultati significativi. Se investi 50 euro al mese, il 10% di 50 euro sono 5 euro. Con 5 euro non ci compri neanche una pizza.

Terzo: Le commissioni mangiano l’interesse composto. Se paghi l’1-2% di commissioni annue, stai già perdendo una fetta grossa del vantaggio.

Quindi sì, l’interesse composto è potente. Ma non è magia. È matematica, e serve tempo.

Accumulazione vs Distribuzione: incassare o reinvestire?

Quando investi in azioni o ETF, potresti ricevere dividendi. O nel caso di obbligazioni, cedole.

Ora, cosa ci fai con quei soldi?

Due opzioni:

Distribuzione: Incassi i dividendi. Ti arrivano sul conto. Ci puoi fare quello che vuoi. È una strategia usata da chi vuole un’entrata regolare, tipo chi è in pensione e usa quei soldi per vivere.

Accumulazione: Reinvesti automaticamente i dividendi. Non incassi nulla subito, ma il capitale investito cresce. E su quel capitale maggiore, guadagni ancora di più.

Quale conviene?

Se vuoi sfruttare l’interesse composto, serve l’accumulazione. I dividendi reinvestiti fanno crescere il capitale più velocemente.

Ma c’è una rogna: le tasse.

Se incassi i dividendi, paghi subito il 26% di tasse (in Italia). Se invece li reinvesti tramite uno strumento ad accumulazione, paghi le tasse solo quando vendi tutto, anni dopo.

Nel frattempo, quel 26% che non hai pagato continua a lavorare per te.

Questo non significa che la distribuzione sia sbagliata. Se hai bisogno di un’entrata regolare, va benissimo. Ma se l’obiettivo è far crescere il capitale nel lungo periodo, l’accumulazione è più efficiente.

PAC vs PIC: tutto insieme o un po’ alla volta?

Arriviamo a uno dei dilemmi più grandi per chi inizia: investo tutto subito o un po’ alla volta?

Due strategie:

PAC (Piano di Accumulo Capitale)

Investi una somma fissa periodicamente. Tipo 200 euro al mese, ogni mese, per anni.

Vantaggi:

  • Non devi azzeccare il timing. Compri sia quando il mercato è su, sia quando è giù. Nel lungo periodo, il prezzo medio si livella.
  • Riduci il rischio psicologico. Non devi avere il coraggio di buttare dentro 10.000 euro in un colpo solo, magari il giorno prima di un crollo.
  • È accessibile. Puoi iniziare anche con 50-100 euro al mese.

Svantaggi:

  • Se il mercato sale costantemente, guadagni meno rispetto a chi ha investito tutto subito.

PIC (Piano di Investimento Capitale)

Investi tutto il capitale disponibile in un colpo solo.

Vantaggi:

  • Se il mercato sale, guadagni di più rispetto al PAC.
  • Tutto il capitale lavora subito per te.

Svantaggi:

  • Serve fegato. Immagina investire 50.000 euro e vedere il mercato crollare del 40% due mesi dopo. Ti viene un infarto.
  • Rischio di entrare nel momento sbagliato. Se investi tutto prima di una crisi, passerai anni in negativo prima di recuperare.

Pensa al 2008. Chi ha investito tutto prima del crollo ha visto i suoi soldi dimezzarsi. Ha impiegato anni per recuperare.

Chi ha fatto un PAC ha perso molto meno, perché continuava a comprare durante il crollo, mediando il prezzo.

Quale scegliere?

Non è un aut-aut. Puoi fare entrambe.

Esempio: hai 20.000 euro. Investi 5.000 euro subito (PIC), e poi metti un PAC da 300 euro al mese per i prossimi anni.

Oppure fai solo PAC se non hai grossi capitali iniziali.

O fai solo PIC se hai fegato e una tolleranza al rischio altissima.

Dipende dalla tua situazione.

Gestione attiva vs gestione passiva

Ultima distinzione importante.

Gestione attiva: Tu (o un consulente per te) scegli attivamente cosa comprare e quando. Studi le aziende, cerchi di battere il mercato, fai analisi, compri e vendi.

Gestione passiva: Compri un ETF che replica un indice (tipo l’S&P 500) e stai fermo. Non cerchi di battere il mercato, cerchi di seguirlo.

Qual è meglio?

I dati dicono che nella maggior parte dei casi, la gestione passiva batte quella attiva.

Perché? Tre motivi:

  1. Costi più bassi. Gli ETF hanno commissioni dello 0,15-0,30% annuo. I fondi attivi spesso hanno costi dell’1-2% o più.
  2. Difficoltà di battere il mercato. Anche i professionisti faticano a fare meglio dell’indice nel lungo periodo.
  3. Errori psicologici. Nella gestione attiva rischi di vendere per paura o comprare per euforia. Nella passiva, stai fermo.

Questo non significa che la gestione attiva sia inutile. Se hai esigenze specifiche, un portafoglio su misura può fare la differenza. Ma per la maggior parte delle persone, la gestione passiva è più efficace.

Ricapitoliamo (velocemente)

Orizzonte temporale: Più lungo è, più puoi rischiare. E più riduci la probabilità di perdita.

Interesse composto: Funziona, ma serve tempo e capitali consistenti per vedere risultati veri. E le commissioni lo mangiano.

Accumulazione vs distribuzione: Se vuoi far crescere il capitale, accumula. Se vuoi un’entrata regolare, distribuisci.

PAC vs PIC: PAC riduce il rischio psicologico e media il prezzo. PIC massimizza i guadagni se il mercato sale, ma richiede fegato.

Gestione attiva vs passiva: La passiva costa meno e statisticamente batte l’attiva nella maggior parte dei casi.

Nella prossima lezione parliamo di diversificazione. Perché mettere tutte le uova nello stesso paniere è un’ottima idea se vuoi perdere tutto in un colpo solo.

Ci vediamo lì.

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